L’aria nuova che sta percorrendo l’Italia non soffia solo dalle urne delle amministrative, dove alcuni dei maggiori partiti hanno visto «le stelle». «Cinque» in modo particolare. Spira anche dalle procure che cercano di dare forma e sostanza a ipotesi investigative. Mani pulite aveva dato un colpo al vecchio sistema del finanziamento illecito – evito di citare i partiti – perché nella deriva degli anni Ottanta era diventato finanziamento illecito «personale» e di clan di potere. Ma aveva potuto indagare solo sul biennio 1990-92. Per il periodo precedente era intervenuta la legge «cancella tutto», come l’aveva definita Francesco Cossiga. Si trattava di una norma che eliminava come ipotesi penale il finanziamento illecito della politica. Sulla scia di quello tsunami giudiziario si erano cancellate le degenerazioni più evidenti – dovevi dar mazzette anche agli uscieri che portavano la tua pratica di pagamento da un ufficio ad un altro – ma il sistema dopo un po’ si era riformato. No, non era intervenuto nessun censore o Martin Lutero della situazione. Aveva solo trovato strade più sofisticate per prosperare. A prova d’ipotesi penale. Un tempo la dazione di danaro o tangente veniva richiesta in forma diretta o indiretta per gli appalti pubblici. Oggi esistono alcune società di “consulenza”. C’è un incaglio nei pagamenti delle fatture presso un ente pubblico, si è aperto un contenzioso sull’interpretazione di una norma poco chiara (abbondantissime nella pubblica amministrazione)? Nessun problema, l’azienda sa a chi deve rivolgersi per risolvere la faccenda. Se non lo sa, gli viene subito suggerito. Le modalità di pagamento sono in percentuale sulla somma “disincagliata”. L’ad della società che pena per farsi pagare fa due conti. Parliamo in genere di milioni di euro di pagamenti, fermi sulla scrivania di qualche ufficio. Interessi passivi da pagare alle banche, fidi prosciugati in tempi di crisi di liquidità, stipendi da pagare, piani di rientro sul debito da rispettare, sono tutti fattori che stimolano una scelta veloce per ottenere il dovuto. Non che le aziende che operano nel settore degli appalti pubblici siano delle opere pie, mosse da scrupoli etici quando si muovono. In genere cercano il profitto, le migliori lo fanno tentando di mantenere un “rigore” professionale per quanto l’ambiente in cui camminano lo permetta. E visto che in Italia il mercato non esiste, neanche nel settore privato, non è difficile immaginare cosa sia una parte del settore pubblico. Ma torniamo alla nostra impresa, che dopo aver vinto l’appalto ed eseguito i lavori, o fornito i servizi previsti dal capitolato, vede parte del proprio fatturato non pagato e non per la crisi – qui il governo Monti non ha colpe – ma per una colpevole volontà di manipolare la situazione a proprio vantaggio. A questo punto interviene il consulente, dietro lo scudo di un contratto a prova di fisco, e corroborato dal fatto che in Europa sono tante le società di recupero crediti – un tempo si chiamavano di factoring – che garantiscono la soluzione del problema. E soprattutto il pagamento è «solo» in proporzione al credito recuperato. Per l’azienda privata è “musica” per le proprie orecchie. Per il consulente è una vera pacchia, che garantisce fatturati enormi senza dover possedere specifiche competenze, se non il fatto di essere il nuovo «percettore di tangenti» a prova di codice penale. L’ipotesi di reato sarebbe quella prevista dall’articolo 319 e dal 318 del Codice penale. Ma non è facilmente dimostrabile se il «l’intermediario» non parla. Greganti docet. È utile leggere i testi dei due articoli che sono “stranamente” molto chiari. Art. 319: corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio. Il pubblico ufficiale che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni.
Art.318: corruzione per un atto d’ufficio. Il pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terzo, in denaro od altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Se il pubblico ufficiale riceve la retribuzione per un atto d’ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino a un anno. Il primo reato è definito come «corruzione», perché il pubblico ufficiale fa qualcosa d’illegale. Il secondo è definito «corruzione impropria», è il caso dell’amministratore che si “dimentica” di evadere una pratica per stimolare l’imprenditore a farsi vivo. Ciò che rende il reato appetibile sono le pene. Nel secondo caso sono tutte sotto i tre anni, cioè rientrano nella cosiddetta «condizionale». Non si scontano se è il tuo primo reato. Di solito in altri paesi dalla cultura calvinista, non servono i tribunali per espellere dal contesto sociale un corrotto. Le sentenze arrivano solo a ratificare ciò che la società ha già eseguito: la messa al bando dei colpevoli e la loro marginalizzazione dalla comunità. Roba da far sorridere un italiano. Ma se oggi il paese si trova nelle condizioni pietose in cui è, senza un presente accettabile e senza un futuro pronosticabile, è proprio perché siamo così. In Italia, dove l’etica pubblica è quasi inesistente, i vizi privati diventano immediatamente vizi pubblici e corruzione. E i mali della società non si possono curare, né con un semplice cambiamento di maggioranza né con una legge. La legge da sola non è nulla senza solide radici etiche. Negli anni Novanta i magistrati – al di là delle loro intenzioni – avevano dato l’impressione che si potesse sostituire la morale con la legge, ma è stato un disastro. Non per colpa dei magistrati, i processi sono diventati il paravento dell’ignavia politica. Anziché fare pulizia, fare politica, i partiti «aspettavano le sentenze», in genere con serenità e fiducia nella magistratura anziché dimettersi o chiedere ledimissioni. Serve essere capaci di dire di no a chi gli offre denaro, successo, carriera in cambio di favori. Oggi addirittura i processi sono diventati il solido scudo dietro cui si nascondono i corrotti che possono rimanere impuniti siano al terzo grado di giudizio. L’effetto psicologico sulla società è devastante. Pensate a un corrotto, condannato in primo grado, ancora dietro la propria scrivania, ad esercitare il potere di sempre.
IL SISTEMA
Postati in Politica nazionale con i tag inchieste, martin lutero, mazzette, processi, procure, pubblica amministrazione, sistema politico, tangenti su maggio 31, 2012 da cronacheluteraneAllah contro l’atomica الله ضد القنبلة الذرية
Postati in Esteri, Medioriente con i tag Ahmadinejad, Allah, atomic bomb, Chiartano, Iaea, Iran, islam, Khomeini su maggio 24, 2012 da cronacheluterane
Salam è la parola che in arabo significa pace e la trovi ripetuta decine di volte nel Corano. Nulla di sorprendente se nell’ultima uscita del presidente iraniano si fa riferimento alla tradizione musulmana per tranquillizzare le ansiose cancellerie occidentali sul dossier nucleare. Anche se la frase del presidente iraniano sembra più un ammiccamento alle posizioni di Khomeini, a suo tempo contrario all’atomica sciita. «L’Islam proibisce la realizzazione di armi atomiche» e di distruzione di massa, sulla base degli «insegnamenti islamici la produzione e l’uso di armi di questo genere è haram (proibito) e non trova spazio nella dottrina della Repubblica islamica in difesa dell’Iran». Così, Mahmoud Ahmadinejad, nel corso di una conferenza stampa convocata nella città di Borujerd per commemorare le vittime iraniane di armi chimiche durante la «guerra imposta» contro l’Iraq del 1980. Le parole del capo del governo iraniano giungono nel giorno in cui a Baghdad si apre il secondo round di colloqui sul nucleare tra Teheran e il gruppo di contatto «5+1» (Usa, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania), dopo il vertice che si e’ svolto a Istanbul lo scorso 14 aprile. Sembrano dunque essere state pilotate non a caso, visto anche che ormai sono in molti ad essersi convinti che l’Iran sia un attore razionale nel contesto internazionale. Ha degli obiettivi strategici e regionali che persegue con costanza, anche se non con quella logica cartesiana che europei e americani si aspetterebbero. Ma è un problema di cultura. Parliamo di quella quella nata dalla dinastia safavide che rese lo sciismo religione di Stato – e il paese più forte – e gli ulema una casta potente nella gestione del consenso popolare. Non è neanche una storia di ieri l’ingerenza occidentale in quel paese. Fin dal XVII secolo gli europei vendevano armi e strateghi agli imperatori persiani. C’erano gli inglesi, i francesi, gli svedesi e i russi, che più che altro si facevano la “guerra” tra loro. E l’impero Ottomano che con la battaglia di Chaldiran (1514) mise fine al periodo d’oro dei safavidi, sta giocando oggi con la Turchia di Erdogan un ruolo simile di competitor/partner.
Sangue sui militari a Sanaa
Postati in Medioriente con i tag abd rabbo, Al Qaeda nella penisola arabica, Attentato, Chiartano, Sanaa, terrorismo, Yemen su maggio 22, 2012 da cronacheluterane
Lo Yemen sembra essere ricaduto nel vortice della violenza più efferata. Ieri un attentatore suicida ha seminato la morte durante i preparativi di una parata militare a Sanaa. Dopo essere stato un paese protagonista – anche se molti non lo hanno pienamente riconosciuto come tale – della Primavera araba, dove proprio le donne velate scese in strada hanno pagato un duro prezzo per la rivolta durata oltre un anno, torna alle cronache per una nuova strage. È infatti di un centinaio di morti il bilancio provvisorio di dell’attentato avvenuto ieri mattina nella capitale delle Yemen, contro un gruppo di militari che si stavano preparando per una parata. I testimoni parlano di uno spettacolo raccapricciante con pezzi di corpi umani che punteggiavano l’ìntera area coinvolta dall’esplosione. Il kamikaze, secondo i racconti dei testimoni, portava un’uniforme militare e si sarebbe fatto esplodere tra i soldati durante le prove per la parata in programma per oggi in occasione del 22mo anniversario dell’unificazione dello Yemen. Il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi avrebbe dovuto assistere alla sfilata. Ricordiamo che dopo la rivolta contro il vecchio presidente Saleh, al potere da 33anni, è stato il suo vice a prenderne il posto. Un cambiamento di facciata per molti, che hanno visto la mano saudita allungarsi su quella striscia di terra che si affaccia sul Golfo di Aden e che tanto preoccupa i principi Saud. Oltre alla guerra intestina tra Nord e Sud, con le tribù settentrionali e gruppi vicini ad al Qaeda e con il fenomeno della pirateria a infestarne le coste, ora anche la cieca violenza del tanto peggio tanto meglio raggiunge il cuore del Paese. Sarebbe stata una «reazione» secondo le prime analisi. L’attentato sarebbe infatti riconducibile, secondo fonti interne ai servizi segreti, ad al Qaida. Dal 12 maggio l’esercito è impegnato in una vasta operazione contro l’organizzazione terroristica, nel tentativo di riprendere il controllo di alcune città nel sud del Paese cadute nella sua rete. Decine di vittime (il bilancio è ancora incerto, ma c’è chi parla addirittura di 96 morti) e circa 300 feriti. Le vittime erano tutti soldati che provavano una parata militare da svolgere in occasione del 22esimo anniversario dell’unificazione del nord con il sud del Paese. Nel luogo della tragedia, piazza Sabeen, a due passi dal palazzo presidenziale, erano presenti il ministro della Difesa, Mohammed Ahmed Nasser, e il capo di stato maggiore, Ali al Ashual, entrambi rimasti illesi.
«LE TORTUGHE DEL XXI SECOLO» leggi su RISK in edicola
Postati in Africa, Esteri, Uncategorized con i tag Chiartano, Golfo di Aden, Golfo di Guniea, intelligence, pirateria, Somalia, Stretto do Malacca, Tortughe su maggio 21, 2012 da cronacheluterane 
È strano parlare di pirateria nel Terzo millennio, ma è così, dal Golfo di Aden allo Stretto di Malacca, senza dimenticare l’ultimo arrivato, il Golfo di Guinea, sventola la bandiera nera dei nuovi filibustieri. Bande criminali che hanno capito come sfruttare l’importanza strategica degli approvvigionamenti via mare per il mondo sviluppato. È anche uno dei sottoprodotti dei cosiddetti failed state, paesi non più in grado di controllare il proprio territorio e le acque prospicienti le coste, anche se in alcune aree è un fenomeno da considerare endemico. È anche il prodotto di un’economia della sopravvivenza ormai fuoriuscita dal contesto dei paesi civili, con le sue basi costiere che sono di fatto le nuove Tortughe. Sono così tornati i pirati, senza benda sull’occhio e senza il Jolly Roger (la tradizionale bandiera nera) che sventola sul pennone, teschio e tibie incrociate inclusi. Usano Ak 47, Rpg, telefoni satellitari e una serie di basi sicure e navi appoggio, dohw e sambuchi, che hanno trasformato il cosiddetto Mare Arabico nei nuovi Caraibi. Ora si scruta l’orizzonte non più alla ricerca delle sagome delle veloci fuste e galeotte «turchesche», ma si sta attenti a pescherecci e fuoribordo che potrebbe celare brutte sorprese. I comandanti di petroliere, porta-container e cargo devono mettere mano a binocoli e i team di scorta il dito sul grilletto a partire dall’ultimo tratto di Mar Rosso. LEGGI L’ARTICOLO DI PIERRE CHIARTANO SULL’ULTIMO NUMERO DI RISK «ACQUE PERICOLOSE»
Le pene di Erdogan e la Nato
Postati in Esteri con i tag Chiartano, Italia, Nato, Turchia, Europa, Erdogan, Siria, Bashar al Assad, Monti su maggio 15, 2012 da cronacheluteraneDeafeating Somali Pirates on Land
Postati in Africa con i tag Atalanta, Chiartano, Horn of Africa, Imb, Nato, Ocean Shield, pirates, Somalia su maggio 8, 2012 da cronacheluterane
Maybe western countries have decided to learn lesson from ancient Roman Empire. Pompeo destroyed pirate’s coves and sunk their vessels in 2 months. Now Germany is likely to approve an Eu mandate allowing troops to fight Somali pirates not just in the Gulf of Aden, but also along the shore. Because the war against pirates has to be winned on land not at sea. Dohw and skiff, with light light weapons on board, doesn’t deserve huge cruiser vessels or high tecnological weapons as navy missiles to be defeated. The damage to economies caused by Horn of Africa piracy adds up to several billion euros. According to International Maritime Bureau statistics, in 2010 alone some 220 ships were attacked. In 2011, pirates in high-speed boats attacked 151 tankers and freighters. But most of these money need to fund maritime operations as Atalanta (Uenavfor), Ocean Shield (Nato) and several others countries ships cruising from Aden Gulf to Indian Ocean. The world’s navies have mobilized in an attempt to defeat piracy at sea. Around two dozen warships from the United States, the United Kingdom, France, Russia, India, China, and other countries, organized in several distinct task forces, patrol the roughly million square miles of ocean where pirates are operating. In January, the U.S. Navy reorganized its own counter-piracy efforts, establishing a new combined task force, CTF-151, dedicated solely to combating pirates. At-sea interception is the most obvious countermeasure for piracy and where the world has focused its resources.READ ARTICLE ON M42
Nato needs…
Postati in America, Asia, Medioriente con i tag Anders Fogh Rassmussen, Chiartano, Chicago, crisis, difesa europea, Italia, Mario Monti, Nato, Smart Defence su maggio 8, 2012 da cronacheluterane
Gli italiani in Afghanistan anche dopo il 2014 e «la Nato non ha nessuna intenzione di andare in Siria». Lo ha affermato Anders Fogh Rassmussen, segretario generale della Nato è arrivato ieri a Roma per un breve incontro col premier Monti e altre cariche istituzionali. Il succo della sua visita è presto detto: nonostante la crisi che attanaglia l’Europa sarebbe un grande errore contrarre le spese militari oltre una certa soglia. Visto anche che l’Alleanza ha già pronta una ricetta per salvare capra e cavoli. La «capra» della difesa europea in tempi di vacche magre e i «cavoli» delle cancellerie continentali che non sanno più come far quadrare i conti. La ricetta si chiama Smart defence, qualcosa che potremmo tradurre come difesa intelligente, ma sarebbe meglio usare il termine “furba”. Si tratta di eliminare gli sprechi e i “doppioni” dove ogni membro ha un suo apparato e sistema autonomo nel dispositivo della difesa nazionale, che invece potrebbe essere centralizzato. Un esempio è la difesa aerea, i reparti meccanizzati o le truppe aviotrasportate. Tanto per fare qualche esempio. Non è necessario che ogni paese abbia l’elenco completo delle specialità nel dispositivo militare. Ma il concetto della Smart defence introduce un altro più importante scenario: quello dell’unità politica che la politica di difesa vuole, chiama e pretende. Materia complessa, ma sull’onda della grande paura della crisi, forse qualche passo avanti potrebbe essere fatto. Che senso ha per paesi piccoli mantenere una componente aerea come i cacciabombardieri? Ma si sa, il buon senso e la politica spesso non vanno d’accordo. La Nato e le nuove esigenze potrebbero dunque aiutare.




