Lampi sulla Tunisia

 

Lettera dalla Tunisia (gennaio 2016)

L’unica, fragile democrazia del mondo arabo è in bilico, stretta tra corruzione interna e tentazioni jihadiste. Siamo andati a vedere che cosa sta bruciando nelle province. Per capire che serve una svolta, quasi un nuovo Piano Marshall
Che cosa sta succedendo in Tunisia? Al di là di nuove narrazioni evocative di un passato prossimo – figlie più di una certa “pigrizia” mediatica che della realtà – sarebbe utile capire gli eventi, spesso contraddittori. Con la Libia, in teoria, a un passo da una svolta con un governo unitario benedetto dall’Onu, ma assai fragile, e anche a un passo dal Califfato, nonostante la mobilitazione internazionale. La Tunisia trema temendo un contagio ed è una candidata naturale quale bersaglio dei “progetti” di Stato Islamico.

Le proteste sono legittime: corruzione, nepotismo, crisi economica, ombre del vecchio regime che continuano ad aleggiare sul paese, senso di una “rivoluzione” tradita. Tutte cose vere, anche tre anni fa, quando i media si affannavano a raccontare un’altra storia. Ma che cosa lega i giovani e i disoccupati che chiedono «lavoro, libertà e dignità» con gli assalti agli uffici pubblici e alle stazioni di polizia nelle zone più interne? Che cosa unisce la protesta “consapevole” con la furia distruttrice e le tattiche da “guerriglia” urbana che abbiamo visto direttamente a Kairouan? E che si sono manifestate anche in altre zone rurali e povere del paese (Siliana, Tahala, Feriana, Sbiba, al Fahas, ad esempio) ma anche ricche come Sousse? E, ancora, in questo puzzle tunisino, in quale posizione mettere le tessere dello jihadismo combattente, le bandiere nere di Daeesh o di altre sigle, che hanno colpito gli stranieri nella carne, e i tunisini nel portafoglio, al Bardo e a Sossue, e le guardie presidenziali nel cuore della capitale lo scorso inverno? Tanto per citare solo i principali episodi del 2015 (…)

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